Nel pomeriggio sono giunte anche le importanti dichiarazioni del consigliere lariano Alessandro Fermi in merito al via libera all' unanimità del Consiglio regionale alla mozione relativa agli interventi di tutela dei lavoratori frontalieri. Tema questo molto sentito e che coinvolge 60.000 persone le quali si spostano per motivi di lavoro costantemente oltre confine.
“I lavoratori frontalieri rappresentano una risorsa necessaria per la Svizzera - ha spiegato Fermi - La Svizzera non può pensare di vivere su una sorta di isola avulsa dal resto d’Europa. Decida una volta per tutte da che parte stare e lo faccia su un argomento di assoluto rilievo come quello dei lavoratori frontalieri. La politica degli “ultimatum” per parte rosso crociata ha segnato il passo. Con gli “aut aut” non si va da nessuna parte. In questo contesto in continua evoluzione è importante che Regione Lombardia sieda al tavolo delle trattative che coinvolge l’asse Roma-Berna. Asse che non tiene in alcun modo conto delle dinamiche territoriali. In questo anno di mandato, Regione Lombardia ha cercato di rafforzare i rapporti di buon vicinato, evitando frizioni e contrasti. E’ questa la strada da seguire".
"I nostri 60mila lavoratori frontalieri vanno tutelati e ciò può avvenire solo se Regione Lombardia si fa parte attiva negli accordi tra i due Stati - ha proseguito Fermi - Il Consiglio federale ha già indicato il percorso per trasformare in legge il responso delle urne dello scorso 9 febbraio: dal 2017 saranno attesi pertanto nuovi contingenti per i frontalieri, il cui numero in ingresso sarà stabilito ogni anno dallo stesso Consiglio federale. Il tempo stringe dunque. Accanto a quella dei frontalieri c’è anche la questione ristorni. Hanno ragione i sindaci di confine, i quali hanno affermato la scorsa settimana – dopo la decisione del Consiglio di Stato ticinese di non bloccare i ristorni del 2013 (48milioni di euro, ndr) – che “non è annunciando e minacciando il blocco dei ristorni che si costruisce una politica di collaborazione lungo la linea di confine. Tutto ciò senza dimenticare che il 60% dei ristorni resta già in territorio svizzero”.